C’erano solo quattro farfalle, un po’ più dure a morire

maggio 31, 2013

Mi guardo indietro e sono sopravvissuta a un sacco di cose.

Quelle che mi facevano paura le ho seppellite, poi sono cresciuta. Le ho tirate fuori dal cappello, insultate, morse.

Quelle che mi facevano ancora più paura me le disse un giorno un dottore;

così mi sono voltata verso mia mamma che piangeva e le ho detto: “mi faranno le tette più grandi!”

Quelle che non riuscivo a sopportare le ho piante sulle ginocchia di mia sorella.

Il pianto più rumoroso della mia vita.
Ho trasformato la disperazione e ne ho fatto giochi di parole.

Ora mi sono rimaste quattro farfalle (semicit.) e un esame.

Non ci credo che non lo supero.

Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui
e ti è toccato partire bambina
con una piccola valigia di cartone
che hai cominciato a riempire

due foglie di quella radura che non c’era già più
rossetti finti ed un astuccio di gemme
e la valigia ha cominciato a pesare
dovevi ancora partire

e gli occhi han preso il colore del cielo
a furia di guardarlo
e con quegli occhi ciò che vedevi
nessuno può saperlo

e sole pioggia neve tempesta
sulla valigia e nella tua testa
e gambe per andare
e bocca per baciare

Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui
e ad ogni sosta c’era sempre qualcuno
e quasi sempre tu hai provato a parlare
ma nonsentiva nessuno

e ti sei data ti sei presa qualche cosa chissà
ma le parole che ti sono avanzate
sono finite tutte nella valigia
e li ci sono restate

e le tue gambe andavano sempre
sono sempre più adagio
e le tue braccia reggevano a stento
il peso della valigia

e sole pioggia neve tempesta
sulla valigia e nella tua testa
e gambe per andare
e bocca per baciare

sole pioggia neve tempesta
sui tuoi capelli su quello che hai visto
e braccia per tenere e fianchi per ballare

Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui
ma adesso forse ti puoi riposare
un bagno caldo e qualcosa di fresco
da bere e da mangiare

ti apro io la valigia mentre tu resti li
e piano piano ti faccio vedere
c’erano solo quattro farfalle
un po’ più dure a morire

e sole pioggia neve tempesta
sulla valigia e nella tua testa
e gambe per andare
e bocca per baciare

sole pioggia neve tempesta
sui tuoi capelli su quello che hai visto
e braccia per tenere e fianchi per ballare

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Swimming in your world is something spiritual (1/3)

maggio 19, 2013

Cartoline da quel di Stoccolma. A voi.

Un ristorante in cui ho bevuto la cosa più alcolica della mia vita (Snaps , o simile) servita in delle piccole ampolle.

 

La splendida (una parte della) colazione al J Hotel, Nacka.

Un angolino romantico…

Guardia, donna, davanti al palazzo reale.

La solitudine. Palazzo Reale. Quello è mare…

Pausa caffè e l’avvento della nouvelle cousine in Svezia. Come per i vini, hanno importato molto della cultura culinaria altrui.

 

Da palazzo reale, abbiamo preso il traghetto per tornare a Stoccolma centro. Un’ora di viaggio, 250kr. (circa 30 euro).

 

Qualche scorcio, della Svezia meno turistica.

 

 

 

…verso la città

 

L’enorme ponte levatoio.

 

La città…

 

To be continued…

 

 


E’ primo maggio per tutti

maggio 1, 2013

Io sto raggiungendo una consapevolezza in questo periodo.

Sebbene ci stia mettendo decenni per laurearmi, qualsiasi lavoro (e non è detta l’ultima) andrò a fare, mi piacerà. Perché ho imparato due cose di me:

1) Che non è vero che non ci metto passione in quello che faccio. Non metto passione in una laurea che non ho scelto con la mia testa, che si sta dilungando oltremisura, in cui non ho più fiducia, conseguita in un paese in cui non ho più fiducia. Ma manca davvero una briciola per finire e le cose mi hanno insegnato a non sprecarle.

2) Sono brava a gestire i tempi a organizzarmi e soprattutto, qualsiasi strada io prenda, faccio quello che mi viene chiesto e anche di più. Secondo poi, non sono di quelle che fa notare al proprio datore di lavoro, se ha fatto delle cose in più. Il mio cervello dice che quel di più fa parte del lavoro e che fa la differenza tra un lavoro curato e uno sciatto. Vi faccio degli esempi. Ho insegnato in alcuni corsi. Ci hanno dato un programma e io dovevo toccare quei punti. Un mio collega mi ha dato le slide che usano loro e io che ho fatto!? Le ho risistemate, accorpate, divise per argomenti e ogni lezione aveva un numero e il suo programma. Arrivavo in classe, spiegavo qual era il programma del giorno e loro sapevano che dovevamo fare quello! Per far CAPIRE loro quelle cose, portavo casi, esempi, grafici altre slide che schematizzassero e riassumessero le cose più importanti. Finita la lezione, riepilogo. Arrivavano agli esami già preparati e non per vantarmi, ma di qualcosa dovrò pur rendermi merito: mi adoravano. La cosa più bella per me era che volessero che insegnassi loro anche in altri corsi. La cosa più bella di tutte era che mi capivano e si vedeva.

Un altro esempio:  ho lavorato con un bimbo. Un cucciolo. Compito: tenerlo pulito, farlo giocare, mangiare, prendersi cura di lui insomma! (In una parola: tata). Ecco. Quando loro tornavano a casa, oltre queste cose trovavano: cucina dove avevo preparato le pappe, come mai usata. Tutto a posto, tutto lavato, tutto asciugato, tutto in ordine. Asettico. Giochi: nella cesta. Niente in giro. Casa in ordine. Anche le cose che lasciavano in disordine LORO i grandi, mentre cucciolo dormiva, le sistemavo. Questo perché volevo che Bimbo stesse in un ambiente ordinato, pulito, aerato, non caotico. E’ importante. Ogni due settimane, svuotavo tutti i cassetti del cucciolo, li lavavo e piegavo tutto con cura: il cassetto di tutine, pagliaccetti e calzini. Il cassetto delle cose per uscire. Il cassetto di giacche, scarpine, sciarpe e cappellini. Rimanevo una mezz’ora in più, senza fare storie e senza pretendere un centesimo. Arrivavo al massimo nell’orario preciso, se no anche dieci, cinque minuti prima per essere operativa all’ora stabilita. Risultato: bimbo quando lo lavavo io non piangeva, aveva imparato a ballare, a salutare, a cantare, mi si attaccava ai pantaloni e mi seguiva ovunque eppure era indipendente,  sveglio, attivo. Gli avevo insegnato che non si può toccare tutto, prendere tutto e gli parlavo come se avesse già sviluppato il linguaggio della parola (ho debitamente evitato versi e puffunghè dededè ghegheghè). Chiunque incontravamo per strada si innamorava di lui, perché dicevano che era…solare! E si, perché no?! Mi sento un po’ responsabile di questa cosa.

Ecco, sebbene viva in un paese che della mia laurea non se ne fa niente. Sebbene io viva in un paese che pur di pagare i suoi professori, mi ha fatto fare corsi che non mi hanno “costruita” come futura professionista. Sebbene il senso di sfiducia…arrivata a questo punto, ho almeno capito questo: dovessi anche fare la domatrice di vongole, sarò la  domatrice di vongole più appassionata del pianeta!