La vera storia di Jack e Rose*

Una splendida e calda domenica romana.
Un cielo senza nuvole, senza Messico. Metro A, fermata: Spagna.

Rome, Trinità dei Monti

Solo allora ho sentito che il sole incoccia, che stavo sudando, che non c’era un metro quadro d’ombra libero.
Sembrava di giocare ai sette cantoni. Chi si sposta è perduto!
I giapponesi camminavano in processione, dal lato più fresco della strada.
Il signore delle castagne era lì, anche a Giugno. Ché poi dove le trova le castagne, a Giugno?
Ma questo i giapponesi non lo sanno, o forse si. Allora gli scattano foto, solo per far vedere all’altra parte del pianeta quanto siamo scemi, a credere alle castagne in piena estate. (Ma loro ce le hanno, le castagne?)
Lo aspettavo nella mia lunga gonna di cotone, si quelle di tuta che si mettono con le All Star per sentirsi giovani!
(Ma che dici, Marianna?! Tu SEI giovane! Sei più giovane ora, di qualche tempo fa!)
Allora sia!  Gonna lunga e canotta di cotone, giallo fluo. Per fare pendant con il Sistema Solare, (ma questo Battiato non lo sapeva!)
“Signorina…”
Esito, mi volto.
Era il pakistano che vendeva le rose. Aveva un’aria buona, come ce l’hanno tutti i pakistani che vendono rose.
Non puoi avere un’aria cattiva, se porgi un fiore! E questo la fioraia arcigna, che lavorava dalle mie parti, non lo capiva.
“Lei è tanto bella. Italiana?”
E io, che in fondo sono solo una donna, mi sono instupidita al primo complimento: deve aver capito che sono sola!

Astuto, come solo un gigolò sa essere.
E va bene, mi compro questa rosa!
I fiori mi imbarazzano. I fiori morti, ancora di più.
Per me è come andare con la coda di scoiattolo, o la zampa di coniglio, attaccate allo zaino.

Quindi mi sono limitata a metterla in borsa, facendo uscire solo un pezzetto di stelo e il bocciolo
Uomini, se volete conquistare una come me, regalatele una pianta di basilico, o cestini di fragole.
Come fa sempre l’aitante figlio della signora della Coldiretti da cui andiamo a “fare spesa”…e che spesa!
Serre a perdita d’occhio, vasetti profumatissimi di timo, salvia, basilico siciliano, menta. Banchi di soda e polposa frutta. Ciliegie nere come il fiele, fragole piccine e saporite, ché condirle è peccato mortale; il profumo prepotente delle albicocche.
Ma io sono a Piazza di Spagna, ora.
Piazza di Spagna di Roma. Roma stupenda, sotto il Sole.
E aspetto una voce bellissima, venirmi incontro su due gambe, con un sorriso altrettanto splendido e divertente.
E il tempo è inclemente, con chi si diverte. E’ dispettoso, con chi vuole che non passi.
Un caffè da Sant’Eustachio. Un Grancaffè. Un SignorCaffè. Mi piace che me lo servano zuccherato, come a Napoli. Qualche settimana prima.
Scopriamo di avere una passione in comune: le terrazze (“di limoni, terrazze ed altri profumi…”), ché da lì, si “piscia sul mondo”. Ma in fondo, Bella, che ci importa del mondo?
E io quel piccolo mondo antico lo amo. Quei vicoli e le piazzette dove si gioca da bambini, col pallone e gli amici e ci si torna da grandi, a giocare con le donne. Il negozietto di penne stilografiche, punte e chine e carte preziose
“Amo cominciare un quaderno nuovo”. “Amo la carta, anche se mentre lo dico, mi sento la causa principale del disboscamento mondiale”. “Scrivo lettere di carta”. “L’ultima l’ho scritta il 24 Aprile del 2012, poi non ne ho scritte più”. “Mi incuriosisce Paperman, ma non l’ho mai visto per pigrizia! (Sarà “Paperman” il nome giusto?)”
Ma mi sono limitata a dire: “Belle quelle punte!”

Sono un iceberg. Un iceberg che cammina.

Ciao, sono Marianna e uccido boschi e coppie clandestine di croceristi!
“Ciao, ciao…” E se n’è andato, quando io non avevo ancora fatto in tempo a realizzare che fosse arrivato.
Così, di nuovo me. Al centro di me. Tra giapponesi, caldarroste e macchinette fotografiche, ché quando ti giri per vedere cosa stessero fotografando, vedi la solita turista bianca con la borsa a tracolla, i pantaloni pinocchietto e le ciabatte ai piedi, davanti la Fontana. No, dico. Specializzatevi, poi ve le scambiate!
Evidentemente no. C’è pinocchietto e pinocchietto. (Vallo a dire a Bartolucci!)
Ma Me, con Me a oggi si diverte. E pure tanto. Così…”esprimi un desiderio, Marianna”.
Visto che ci sono, voglio assaggiare i mitici macarons di Ladurée. Non sono mai stata a Parigi, chi me li aveva promessi non me li ha mai portati…così, ci penso io, a me.
E l’ho cercato, con il provvidenziale Google Maps. L’ho cercato, ho girato tra scorci e piccoli, magnifici hotel e mi sentivo così leggera e così libera! Alla fine l’ho trovato. Davanti a me, Ladurée.

Libertà è imparare a soddisfare i propri desideri da sé.

In tutta onestà, sono entrata, mi sono diretta verso il ragazzo carino e gli ho detto: “è la prima volta che vengo da voi, potrebbe spiegarmi come funziona?”
E, complice il fatto che non c’era nessuno, mi ha spiegato tutti i gusti, le diverse farciture (ganache, o marmellate), le diverse confezioni e formati regalo. Ero letteralmente incantata. Mi lasciavo raccontare, mentre in testa avevo già ben chiaro quel caramel au beurre salée, sbirciato sul loro sito qualche tempo prima.
Ho preso una confezione da otto macarons, uguali due a due.
“Due caramello al burro salato”
“Sono i miei preferiti!”
“Due cioccolato”
“Ti piace amaro, o dolce?”
“Dolce!” (anche se amaro fa più buongustaio)
“Due marmellata fragola-menta”
“…”
“Due al pistacchio!”
“Direi che come prima esperienza è ottima!”
Li mette in un cofanetto carinissimo, mi sorride e me li porta in cassa.

Il mio talento fotografico.

“Sono 18 Euro!”
(porcapu**…) “Ecco a lei!”
Troppo belli, e troppo cari! Dovevo assolutamente condividerli con mia sorella. Avevo ancora il pomeriggio davanti, non mi andava di tornare a casa, così ho deciso di andare a trovarla, a San Lorenzo. Un quartiere che mi affascina parecchio! Li abbiamo mangiati e devo dire che ci sono piaciuti davvero tanto.

Macaron, caramel au beurre salée (sperando di aver scritto bene!)

Meritano uno spazio a parte. Finite le nostre delizie, l’ho accompagnata a fare delle compere e abbiamo cenato insieme, prima di tornare ognuna a casa propria. Abbiamo un rapporto splendido da quando è andata a vivere a Roma. Pensavo si rovinasse tutto, e invece siamo come due amiche. Amiche-sorelle. Mi sento davvero in uno stato di grazia. Sono felice, con me e con chi mi circonda. Felice e libera. Perché la libertà che cos’è se non imparare a realizzare i propri desideri da sé?! Buona giornata, Meraviglie!

 

*e anche stavolta, un titolo ad minchiam!

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7 Responses to La vera storia di Jack e Rose*

  1. fracatz ha detto:

    quaannnndo dici mangiati intendi che ci avete pranzato con 4 a cranio
    però ce ne vuole de fantasia per chiamarli con quel mitico nome

  2. Eau d'Orange Verte ha detto:

    Ah la memoria… un mio amico si ricorda che chi te li aveva promessi te li stava appunto portando e si era messo pure in fila, ma qualcuno ha fermamente insistito, in modo talmente duro e deciso da far sentire quella stessa persona inopportuna e prepotente, che proprio non li voleva.
    Quando poi quel negozio ha aperto, pochi mesi fa, qui a Roma, in effetti vedendolo solo a quell’episodio (e a lei) si poteva pensare.
    Per la cronaca: hanno un cofanetto sul verde con un uccellino che esce dalla gabbia. Almeno c’era un paio di mesetti fa.

  3. -_- e non aggiungo altro.

  4. Eau d'Orange Verte ha detto:

    E chi se ne cale. Non serviva manco questo.

  5. certo bello di mamma tranquillo!

  6. lisasimpson ha detto:

    Mari ogni tuo post è poesia. E’ un’esplosione sensoriale, riesco persino a vederti sorridere. E chiunque rischi di coprire questa tua risata argentina facendo solo rumore, dovrebbe pensarci due volte. Perchè si parla per dire qualcosa, non per fare rumore.

  7. charlize ha detto:

    …e se c’è scritto sopra ‘DO NOT DISTURB’, si bussa solo per entrare.

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