Paura di volare #2

Erica Jong, Paura di Volare (1973)

Erica Jong, Paura di Volare (1973)

Bompiani, 2000 – 428 pagine

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1973, “Paura di volare” assunse immediatamente le fattezze del caso letterario, tanto che Henry Miller lo salutò come l’equivalente femminile di “Tropico del cancro”. Il romanzo narra le vicende di Isadora Wing, una donna di quasi trent’anni che comincia a intravedere i segni inesorabili del tempo che passa e si ritrova per la prima volta a fare un bilancio della sua vita. È una donna bella, appassionata e sensuale, ma con una tremenda paura di se stessa. Paura di fuggire dalle convenzioni di una vita matrimoniale ormai in crisi, ma che la pone al riparo dalle ombre della solitudine. Sarà l’incontro con Adrian, psicanalista lainghiano e anticonformista, a scuoterla dal torpore delle sue sicurezze. Con humour, grazia e leggerezza Erica Jong ci racconta la New York radicai degli anni 70 alle prese con il femminismo e la psicanalisi, mentre Isadora, pagina dopo pagina, acquista sempre più consapevolezza di se stessa insieme alla libertà di vivere lontana da ogni pregiudizio.

  • In quanto a Lalah, mi scrive una volta all’anno per chiedermi quando la smetterò di “scoreggiare poesie” e mi deciderò  a fare “qualcosa di creativo” come avere cinque gemelli. (p. 64)
  • “Hai quasi trent’anni. Non hai poi tutto quel tempo che credi”. “Oh, Dio!” Dissi. “Non ce la fai veramente a sopportare che qualcuno faccia qualcosa di diverso da quello che fai tu. Perché dovrei copiare la tua vita e i tuoi errori? Non mi è nemmeno concesso fare i miei dannati errori?” (p.68)
  • Perché dovevano sempre forzarmi, cercare di trascinarmi negli stessi modelli che li rendevano tanto infelici? Avrei avuto un figlio quando mi fossi sentita pronta. Oppure, se non mi fossi mai sentita pronta, non l’avrei avuto mai. Forse che un figlio era una garanzia contro la solitudine e il dolore? O, se non un figlio, qualunque altra cosa? Se erano così contenti della loro vita, perché mai dovevano sempre cercare di far proseliti? (p. 69)
  • Avevo pubblicato un libro […] e i lettori mi avevano mandato lettere e mi avevano telefonato nel cuore della notte per dirmi che il libro era importante, che era onesto e coraggioso, che io ero onesta e coraggiosa. Coraggiosa! Ma non avevo figli. Era assurdo. Sapevo che era assurdo. Ma qualcosa dentro di me continuava a ripetere la stessa litania. Qualcosa dentro di me si scusava con tutta la gente che mi faceva i complimenti per le mie poesie; qualcosa dentro di me continuava a ripetere: “Oh, ma ricordatevi, non ho figli!” (p. 70)
  • Da principio scrissi su argomenti “sicuri” […] Cominciai in tono superficiale, brillante e poco sincero. A poco a poco diventai più coraggiosa. A poco a poco smisi di tentare di nascondermi. Mi tolsi le maschere una a una: la maschera dell’ironia, la maschera della cultura, la maschera della pseudo-sofisticazione, la maschera dell’indifferenza. (p.91)
  • Parlavamo come se fossimo già amanti e in un certo senso era proprio così. Se le intenzioni contano qualcosa, eravamo già dannati per l’eternità come Paolo e Francesca. (p. 106)
  • “Ballare è come scopare”, dissi, “non importa che spettacolo si dà…basta concentrarsi su come ci si sente.” Visto che sfacciata? Una vera donna di mondo, no? E invece ero quasi impazzita dalla paura. (p. 106)
  • Mi piace la tua bocca. Mi piacciono i tuoi capelli. Mi piacciono le te orecchie. Ti voglio. Ti voglio. Ti voglio. Tutto per evitare di dire: ti amo. Perché quello che sta succedendo è quasi troppo bello per essere amore. E’ una sensazione deliziosa, squisita, che non ha niente a che fare con quella cosa seria e sobria che è l’amore. (p. 110)
  • Intanto Adrian mi ha afferrato il sedere con tutte e due le mani e me lo stringe. Ha depositato il mio libro sul parafango di una Volkswagen e mi palpa il sedere. Non è forse per questo che scrivo? Per essere amata? Non lo so. Non so più nemmeno come mi chiamo. “Non ho mai visto un sedere che possa reggere il confronto con il tuo”, dice. E questa frase mi dà più soddisfazione di qualunque premio letterario. (p. 111)
  • Ci sono anche matrimoni ben riusciti. Per lo più matrimoni fra divorziati. Matrimoni fra persone che si sono tirate fuori da tutta la merda del me-Tarzan tu-Jane e cercano semplicemente di vivere giorno per giorno aiutandosi a vicenda, consolandosi a vicenda, sbrigando le faccende domestiche come capita, senza curarsi troppo di stabilire chi fa questo e chi fa quello. Alcuni uomini raggiungono questo stato di delizioso rilassamento verso i quarant’anni, o dopo un paio di divorzi. Forse i matrimoni migliori sono quelli fra persone di mezza età. Quando si superano tutte le stupidaggini e ci si accorge che ci si deve amare l’un l’altro perché si sta scivolando verso la morte. (p. 114)
  • “Zitta, figa…e lasciami finire la storia di May…” e poi, girandosi verso di me con un gran stridore di freni: “Dio, come sei bella…” “Tieni quei fottuti occhi sulla strada”, dissi, al settimo cielo. (p. 118)

 

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