“Esistenziali” è dir poco

E’ sempre stato un problema di confini.

Da che mondo è mondo, il problema dell’uomo è sempre stato quello di delineare dove una cosa inizi e dove questa cominci.

E’ sempre stato un problema di territorialità, di proprietà, ché dove la proprietà comincia, cominciano le responsabilità: di cosa posso occuparmi e su cosa non posso fare nulla? Tesi, sempre tesi a misurare la nostra impotenza come fosse la terra promessa, l’anticamera di una rassegnata serenità. Rassegnata? Volevo dire “agognata”. Gogna. Dove finiscono le giuste pretese e dove invece comincia la patologia? Fino a dove siamo selettivi e mostriamo amor proprio e dove invece, il fotogramma di un futuro da soli, bianchi, stanchi topi di biblioteca? Dove arrivano la nostra integrità, l’amor proprio, la voglia di non accontentarsi e dove cominciano invece l’aridità, la paura, l’egoismo? Fino a dove siamo noi che vogliamo il meglio per noi stessi e noi che non lo sceglieremo mai, quando lo avremo trovato. Fino a dove è colpa della sfortuna e fino a quanto continueremo a cercare incessantemente negli altri, piccoli segni di una preannunciata relazione fallimentare. Dove siamo noi, dove le nostre psicosi? Cosa è nostro, cosa è della malattia? Fino a che punto possiamo dormire tranquilli e dove invece dobbiamo prenderci a schiaffi in faccia, perché non ci siamo concessi il massimo rischio, che potevamo sostenere? Dove arriva la mia volontà e finché è ancora mia e non degli altri? Fino a quando faccio ancora la mia felicità, senza soccombere sotto le aspettative altrui? Fino a che punto mi inganno? Fino a che punto vivo?

A voi capita mai, o è capitato, di farvi queste domande?

On air: Eternity, Calvin Klein

 

11 risposte a “Esistenziali” è dir poco

  1. Sunderland scrive:

    tutte insieme??

  2. Sunderland scrive:

    p.s.

    bellissimo lo sfondo.

  3. franzulrich scrive:

    Certamente sì, ma in effetti leggendole tutte insieme mi perdo e non ci capisco molto. Nulla di nuova insomma…
    Ma la domanda con cui in questi tempi cerco di riassumerle tutte (ovviamente senza successo), è: perché pretendiamo di essere protagonisti di complicati, complessi ed intricati romanzi ottocenteschi, magari di matrice russa, quando spesso basterebbe “una storia semplice”? O un racconto al giorno, che insieme agli altri, giorno per giorno, darebbero un opera e un senso compiuto e superiore?

  4. salinaversosud scrive:

    Tu sai che in “una storia semplice”, Sciascia racconta una storia in realtà complicatissima e intricata?

  5. franzulrich scrive:

    Secondo te?
    Ma è proprio il modo di raccontarla. Senza avere bisogno di 1081 pagine. Molto “è già scritto”.

  6. franzulrich scrive:

    Tsk, ma io non lo so, arriva questa qui e vuole fare lezione – su SCIASCIA poi – a ME! :)))))))
    (W la modestia e l’umiltà!!!)

  7. salinaversosud scrive:

    😀 modo carino per dire che sono ridondante.

  8. salinaversosud scrive:

    ahahah scusatemi Vostra Ponteficità, dimenticavo!😀

  9. franzulrich scrive:

    Ma noooo! Non ce l’avevo mica con te! Di essere ridondante, non te lo si può davvero dire, anzi!

  10. il terapeuta consiglia:

    letture di S. Minuchin o M. Bowen sul processo differenziazione e sui confini!

  11. franzulrich scrive:

    Ah beh allora anche Watzlawick, Boszormenyi-Nagy, Spark, Ungarelli… ma no dai, tutto sommato meglio la Jong…:)))

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