Lasciatemi andare

marzo 30, 2015

Lasciatemi andare
non fate di un mio cruccio,
il vostro più grande dolore.

Lasciatemi andare,
non fate di una mia domanda
un peccato di infedeltà.

Lasciatemi andare,
non fate di una mia debolezza
l’occasione per essere eroi.

Lasciatemi andare,
sono un sacco vuoto.
Vi ho già dato
tutto quello che avevo.

M.

dal web

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Elisabetta

marzo 24, 2015

La sottana e le braccia grosse
un tempo rimpolpate
di forza e salute.
Contava le ore con i respiri
affannati. Esile cannolo
di capelli grigi srotolati
tra le dita, gonfie
del profumo dei limoni,
e della pasta ammassata,
con le spalle
e i nervi e tutto il corpo.
Due bulbi blu serenità,
di un oltremare mai scoperto,
a faticare tra le montagne
brulle e i sassi.
Quella donna era un biglietto
mai speso.

M.

dal web

 


Marzo, 15

marzo 15, 2015

Vipere tra i capelli
e fogli d’oro impalpabili,
zucchero dai datteri
e turchese e delizie.

Unguenti a rimpinguar
di odori la pelle ambrata
d’una regina, colta
tra i gretti e le lingue sporche.

E oggi lo smacco,
piange slavato e disperato.
Oggi l’eleganza si dimena,
e mugula e regredisce.
Gli inetti,
vigliacchi e luridi,
le hanno ammazzato
l’amore.

M.

The Death of Cleopatra


Anima in salvo

marzo 14, 2015

Grazie, perché pensavo di avere quella malattia

delle anime condannate a scappare.

Grazie, perché pensavo non sarebbe più accaduto

che sarei voluta restare.

Grazie, che mi commuovo solo a pensarti,

grazie, che sento di aver toccato terra,

grazie, che mi fermo a riposare,

grazie, che la guerra è finita.

M.


Al Sole

marzo 14, 2015

Sbarra di luce sottile

guanti e rastrello, l’aria odora di salvia.

Un cesto di limoni, una camelia

su per le pareti gialle al Sole

una tazzina vuota,

col fondo di un caffè.

Due sorelle, il tenero impegno

in un religioso silenzio

di inizio primavera.

M.

Due ragazze di lettura in giardino, Renoir


Il terzo occhio

marzo 12, 2015

Come un sasso liscio

sul sentiero. Un altro,

un altro.

“Plommm, plommm, plommm”

silenzio. Un cinguettio

carne magra dentro una vestaglia.

Silenzio, che pare vuoto.

“Stuk, stuk, stuk”

legno contro sasso.

Fruscio dell’acqua,

seta contro pelle.

Anche quest’anno

il loto è fiorito.

M.

golden tattoo, web


Il tradimento perfetto, U. Galimberti

marzo 11, 2015

Se il tradimento non è solo un esercizio di sessualità a bassa definizione, io penso che abbia una sua dignità e soprattutto che non debba essere giudicato da figli adulti che, nel condannarlo, pensano di più alla loro quiete perduta che al percorso anche drammatico in cui chiunque di noi, a un certo punto della sua vita, può venirsi a trovare. Tradire un amore, tradire un amico, tradire un’idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa infatti svincolarsi da un’appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: “Non sono come tu mi vuoi”. C’è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all’interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire. Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c’è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d’ombra. Eppure senza questo profilo d’ombra, quella che puerilmente chiamano “fedeltà” è l’incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero “addio”. E in ogni addio c’è lo stigma del tradimento e insieme dell’emancipazione.
C’è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che la rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l’una all’altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l’un l’altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per “amore”. Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita. Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall’altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell’altro. Tradendolo l’altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un’area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.