Il tradimento perfetto, U. Galimberti

Se il tradimento non è solo un esercizio di sessualità a bassa definizione, io penso che abbia una sua dignità e soprattutto che non debba essere giudicato da figli adulti che, nel condannarlo, pensano di più alla loro quiete perduta che al percorso anche drammatico in cui chiunque di noi, a un certo punto della sua vita, può venirsi a trovare. Tradire un amore, tradire un amico, tradire un’idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa infatti svincolarsi da un’appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: “Non sono come tu mi vuoi”. C’è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all’interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire. Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c’è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d’ombra. Eppure senza questo profilo d’ombra, quella che puerilmente chiamano “fedeltà” è l’incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero “addio”. E in ogni addio c’è lo stigma del tradimento e insieme dell’emancipazione.
C’è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che la rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l’una all’altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l’un l’altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per “amore”. Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita. Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall’altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell’altro. Tradendolo l’altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un’area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.

5 risposte a Il tradimento perfetto, U. Galimberti

  1. nebula scrive:

    dici?
    ho sempre pensato che si possono cambiare i rapporti con gli altri, con sé e con il mondo, si può abbandonare le proprie idee, la propria vita e le persone che ci circondano senza il bisogno di mentire ed ingannare. perché secondo me quello è tradire.
    tradire non è sinonimo di cambiare: si tradisce una persona quando si viene meno ai vincoli che si è scelto di avere con lei, raggirandola. si tradisce una comunità quando non si rispettano doveri comunemente riconosciuti o impegni presi liberamente. si tradisce un’idea quando la si porta avanti esteriormente ed in maniera ipocrita, senza che un comportamento la renda concreta.
    si tradisce quando non ci si vuole prendere la responsabilità delle proprie azioni.
    tradire è tenere il piede in due staffe, senza voler rinunciare a quello che si ha già.
    soprattutto, non serve tradire per crescere, cambiare o smettere quello che si è.
    … almeno penso…

  2. salinaversosud scrive:

    Questo è quello che ci hanno insegnato, nebula. Qui prima di tutto si parla di tradimento rispetto ad un sistema di valori e di routine dati per certi (“Tradire un amore, tradire un amico, tradire un’idea, tradire un partito, tradire persino la patria…”). Che accade, se tradiamo questo sistema di regole, perché magari ci accorgiamo che abbiamo bisogno di qualcosa di più vicino alla nostra natura? Risposta ovvia: chi abbiamo davanti soffre e a noi hanno insegnato che amare qualcuno vuol dire non farlo soffrire. Però soffriamo noi, costringendoci a qualcosa che non vogliamo-accettiamo-capiamo più. Il punto è che noi dovremmo venire prima di tutto, che la condizione primordiale per amare gli altri in modo sereno, appagante, non frustrante è amare noi stessi. Questo significa, tra le altre cose, essere presenti a noi stessi. Ascoltare il cambiamento e coltivarlo, invece di reprimerlo per paura che questo sconvolga gli equilibri. Come possiamo offrirci agli altri, se non abbiamo avuto il coraggio di prenderci cura di noi stessi? Cosa gli diamo? Una loro proiezione su di noi, giusto quello che hanno sempre immaginato. Una scatola vuota….e questo è ancora più ingiusto. Sono sicura che da questo punto di vista sarai d’accordo con me. Altrimenti, ti invito a riflettere e a disimparare: il tradimento non sono “le corna”, questo vuol dire anzi, rimanere incastrati in una situazione che non si desidera (tutto il contrario di quello che ho appena detto). Tradire vuol dire staccarsi di dosso le etichette che gli altri ci hanno appicciato addosso, da che eravamo bambini. “Mio figlio sarà dottore”, “La mia fidanzata guarda solo me”, “La mia fidanzata è dolce e ingenua”, “Mia figlia non ha mai fumato”, “Mia figlia è una ragazza acqua e sapone”, “Mia figlia è una ragazza saggia”.
    *NO. Da grande non voglio fare il dottore, il medico, o l’avvocato. Scrivo poesie, mi piace l’astrologia, la meditazione e ho una laurea in finanza che sto ancora cercando di capire come utilizzare. Però mi impegno in tutto quello che faccio, ho sempre portato a casa ottimi risultati e ho sempre lavorato.
    *NO. Mi piacciono le cose belle, se c’è una bella donna mi capita di osservarla, se c’è un bell’uomo anche. Perché magari mi colpisce un gesto, un completo, il modo di muovere le mani, i discorsi, il viso. E non c’è niente di più bello che avere la libertà di guardarsi intorno senza sentirsi in colpa, perché sai che hai accanto una persona consapevole di quello che avete costruito.
    *NO. Non sono ingenua. Sono furba, femmina e so mentire. Però ho sempre una valida ragione per farlo e credo fortemente nel modo in cui gestisco le situazioni.
    *NO. Ho fumato. C’ho provato, per curiosità. E non mi è piaciuto. Non ho un’aura di santità lungo tutto il mio perimetro, però sono intelligente e non faccio le cose che non mi piacciono solo perché le fanno anche gli altri. Credo valga di più.
    *NO. Non sono acqua e sapone. Sono frivola, mi piacciono le creme, gli unguenti, di solito non mi trucco in modo pesante, ma capita. E mi piace pensare di poter portare il trucco che voglio.
    *NO. Non sono saggia. I miei genitori non possono vantarsi con altri genitori di avere una figlia costante, precisa, calmina, pacata, giudiziosa, ecc. Però hanno una figlia responsabile, che si è sempre presa le conseguenze delle cazzate che ha fatto.

    Quindi Galimberti in una riga: tradisci, Nebula. Se questo vuol dire liberarti da quello che gli altri si aspettano da te.
    Un abbraccio, grazie per il commento stimolante.
    M.

  3. nebula scrive:

    se dovessi pensare solo quello che mi hanno insegnato…
    il mio dubbio è: non ci sono alternative al tradimento?
    non si può onestamente dire “no, non sono d’accordo, non sono questo, non è questo che voglio, non ho intenzione di seguire questi schemi e queste regole”?
    non è più rispettoso nei confronti di se stessi e degli altri?
    tradire, almeno per come la vedo io, è aderire formalmente e dissentire di soppiatto.
    ma forse la differenza tra quello che diciamo è solo nella scelta dei vocaboli.
    e spero di non essere costretto a disimparare; magari basta solamente mettersi sempre in discussione.

  4. nebula scrive:

    mmm…. m’ero perso due terzi del tuo commmento….
    buon pomeriggio😉

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