Di sardità e di casi in cui il fatalismo non c’entra

Vorrei tornare da voi e dirvi quanto sia stato difficile crescervi lontano.
Vorrei raccontarvi di come ci si sente, quando si sta circondati da qualcosa che non ci somiglia in niente e di come si diventa quando il tuo modo di pensare è solo tuo e finisci per scambiarlo per follia. Vorrei esser cresciuta con le vostre parole buone e le carezze delle donne, che fanno le donne e sono cresciute con poco, ma in pace tra loro.
Vorrei raccontarvi di zie madri e cugini padroni e di quella commistione di ruoli, per cui tu diventavi loro, così non ti liberavi mai. Avrei voluto crescere con le canzoni e la voce di zio e vedere quanto è bello avere degli amici e portarseli avanti da ché si indossavi il grembiule, a ché ti sposavi. Avrei voluto che qualcuno me l’avesse insegnato che da soli è bello, ma che non si può bastare a se stessi sempre, come se un pomeriggio insieme fosse una frivoleria, in luogo dei doveri da svolgere entro le 19.00 in punto, se no avevi perso. Come se stare bene fosse una colpa, come se la sofferenza fosse l’unica scusa, la legittimazione vera a stare a questo mondo. Vi avrei voluto sempre, per potervi parlare delle ingiustizie e di cosa sono capaci le donne, quando si scoprono frustrate da una ragazzina col monociglio e avrei voluto sentirvelo dire: “Basta, lasciatela in pace”. Avrei voluto dirvi di quando ero piccola e brutta, ché sembravo un ragnetto e ho imparato a ridere di me, per non piangere. Avrei voluto dirvi che mio padre è stato uno sciocco, che è un lupo solitario e che a un certo punto ha smesso di parlare anche a noi. Ma mai di abbracciarmi. Avrei voluto che vi avesse tenuti vicino, perché le cose sarebbero andate meglio anche per lui e io avrei smesso di indagarmi, per paura di somigliargli. Avrei voluto che vedeste quando sono partita, le lacrime agli occhi, per averlo lasciato solo, perché è solo come me. Avrei voluto essere difesa, compresa, perché a lui non viene facile e così gli altri l’avrebbero visto che se loro non mi accettano, non vuol dire che non vado bene. Avrei voluto che m’aveste sentito suonare e avrei voluto raccontarvi della paura e di quanto mi sentivo bene dopo. Volevo dirvi che quella paura m’è diventata insostenibile e ora i rapporti mi fanno fatica, perché sono aspettative: una continua misura di quello a cui non arrivo. Volevo dirvi che mi piacciono le parole, e vorrei ascoltarvi e battere le mani e ballare, come al matrimonio dei miei e avrei voluto vedere la difficoltà di queste persone davanti alla vostra luce, davanti alla vostra pace, ché la gelosia voi, non sapete neanche cosa sia. Avrei voluto qualcosa di simile a me, la normalità negli occhi di chi mi ascolta, uno scampolo di verità. Qualcosa in cui riconoscermi e che mi riconoscesse.

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A destra, zio Tarci.

Gli uomini della mia metà sarda hanno la dolcezza negli occhi.

Gli uomini della mia metà sarda hanno la dolcezza negli occhi.

E gli amici da bambino...

E gli amici da bambino…

...ti abbracciano i figli.

…ti abbracciano i figli.

E ci cresci con quelle braccia e stringi senza vergogna.

E ci cresci con quelle braccia e stringi senza vergogna.

Avrei imparato prima a lasciarmi andare

Avrei imparato prima a lasciarmi andare

...e non avrei fatto della mia vanità un problema.

…e non avrei fatto della mia vanità un problema.

Avrei imparato a godermi i momenti, senza l'ansia di rincasare.

Avrei imparato a godermi i momenti, senza l’ansia di rincasare.

Avrei ascoltato musica buona.

Avrei ascoltato musica buona.

Zio Pino. Che me ne faccio ora del mio fatalismo?

Zio Pino. Che me ne faccio ora del mio fatalismo?

2 risposte a Di sardità e di casi in cui il fatalismo non c’entra

  1. EnzoRasi scrive:

    La mia incipiente senilità mi porta ormai a commuovermi spesso, così anche ora, mentre leggevo queste righe, è accaduto nuovamente. C’è un filo profondo e tenace in ogni isolano tra la propria anima e la propria terra, lo si tiene nascosto ma esso spunta sempre prima o poi. Capisco che questo non è un commento vero, non è altro che il riflesso di un piacere di lettura e emozioni… e hai ragione il fatalismo non c’entra. Molto molto bello
    Su mundu est de chie lu cheret, su chelu de chie l’alcansat.

    ciao Salina.

  2. salinaversosud scrive:

    La tua commozione è un dono prezioso e il tuo tempo qui un regalo bellissimo ed è vero che i sardi hanno quel filo invisibile tra anima e terra. Baciala per me.
    Ciao

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