Se avessi potuto

settembre 23, 2015

Se avessi potuto scegliere una vita per te, avrei cominciato dall’inizio. Ti avrei circondata di bambini grandi e alti come te, così che non ti saresti mai sentita ingombrante, ché tanto saresti cresciuta e io ti avrei aiutata a piacerti tanto. Se avessi potuto selezionare le persone che ti avrebbero rivolto parola, in quel momento delicato, ecco, io ti avrei circondata di adolescenti buoni, che di te non avrebbero visto che quegli occhi e il sorriso; perché quelli erano straordinari già allora, e te li saresti portati dietro per sempre. Se avessi potuto, te lo dico come me la sento, avrei fatto cadere la lingua ai ragazzini cretini e alle loro madri grette, che non li hanno mai abituati a dieci centimetri di diversità. Se avessi potuto, avrei fatto cadere i denti marci, alle vecchie che ti pizzicavano le guance, ché non erano il loro gioco, ché c’erano le mie fossette là dentro e se avessi avuto voce e statura, avrei detto  loro, che quei nipoti stupidi e lagnosi, se le sarebbero sognate. Che ne sapevano loro, di cosa voleva dire, ritrovarsi una figlia buona e silenziosa, che giocava per ore da sola e aggrottava la fronte, senza dar fastidio? Che ne sapevano di cosa volesse dire, essere una bambina apparentemente senza pretese, senza richieste, senza desideri? Troppo abituate a rifocillare l’ego di quei ragazzini in panciolle, troppo indaffarate a trovarsi uno scopo, a furia di merende a pane e Nutella.
Se avessi potuto scegliere, ti avrei circondato di cento vecchie, come la tua nonna, che a te piaceva e ti teneva in braccio tutta quanta, a dispetto del mondo. La cosa che più mi ha fatto male è stata non riuscire a convincerti quanto tu sia bella, con quei denti bianchissimi e quegli occhi blu, che strizzi quando ridi. “Si, ho una gemella…ma è più alta di me e ha gli occhi blu”. C’ho sempre tenuto, ad anticipare la gente, sai? Che quella è ignorante e s’accoda solo dopo che ce l’hai fatta. Se avessi potuto scegliere t’avrei fatto essere sempre la prima, come piace a te e sempre la migliore, ché tutte le volte in cui lo sei stata, c’hai perso capelli e notti insonni. Ma la gente lo sa, quanto ci si sente al sicuro, vicino a te? La gente si accorge di te, quando ti incontra per strada e l’ha capito, chi ha appena sfiorato? Lo sanno che avevi un sogno e l’hai rincorso finché non l’hai raggiunto, senza lamentarti mai? E lo sanno delle sere di due anni fa, quando correvo da te, perché sei forte, ma quando stai male, sembri un cucciolo spaurito? E gliel’hai raccontato alle persone che hai intorno ora, tutte le volte che mi hai tirato su e di quella volta, l’unica volta, che ho pianto e urlato, accovacciata sulle tue gambe? E gliel’hai detto quando hai chiesto al chirurgo del mio ospedale, di entrare in sala operatoria per aiutarlo? Ti lasciano parlare? O ti raccontano solo del loro straordinario, facendoti credere che il tuo è poca cosa?! Te lo dicono quanto sei bella, almeno una volta al giorno e quanto sei paziente e buona e che fortuna che hanno ad averti lì? Tu glielo dici che io sono stata fortunata e che quegli orecchini sono il pegno del mio amore eterno per te? E gliel’hai detto che ci saremo tutta la vita l’una per l’altra e che a me basta prendere una macchina per correre da te? E digli pure, che sia chiaro, che lo faccio non perché son temeraria io, ma perché vali la pena tu e che se non corressero loro, lo farebbe un’intero quartiere e i tuoi amici e la famiglia intera per te. Digli che hai le spalle coperte, che sei una donna adulta, che ha reso orgogliosa una famiglia intera e che questo orgoglio basta per cent’anni ancora. Perché il bello di te non è che riesci, ma che non ti risparmi, che mentre il mondo corre per fare mille cose, tu ne fai una la volta, con tutto l’amore che puoi. Come le carezze. Ecco. Sei come le carezze che mi fai.

A sinistra, V. (Etiopia 2013)

A sinistra, V. (Etiopia 2013)

Annunci

Come preghiera

settembre 20, 2015

Ti farei stare al posto mio,
con i tuoi fianchi tra le cosce,
e la mano in bocca, ruffiana, svelta
che si pensa d’esser altro.

Ti farei sentire la forza
dopo la lentezza e quel rantolo
come preghiera, ché il ricordo
basta al piacere per cent’anni ancora.

Si tratterebbe di mettermi i tuoi occhi
e mostrarti come diventa il mio universo
quando mi guardi dal basso,
e mi mischi il ventre,
e gli spasmi e mi trasformi i suoni.

Ecco, vorrei mille trasformazioni
e che tu le vedessi tutte
e te ne compiacessi, di quello che mi fai,
ch’io non mi riconosco,
ma se impazzisci ho vinto.

M.


Via con me

settembre 9, 2015

Sono una che sta al suo posto
e si tiene lo spazio che le dai
e bussa cento volte piano
e la centesima è come la prima
e se le apri a centouno,
fa lo stesso, ché vederti
è più importante.

Sono di quelle persone
per cui c’è sempre tempo,
così va bene se arrivi,
o non arrivi, che non te lo
fanno vedere quant’è c’hanno aspettato.

Di quelle donne che però,
attento, sono fatte per un uomo solo
e di solito coincide
con chi declina le parole
in conseguenze,
gli bacia gli occhi
e se le porta via.

M.


Piccolo elenco senza pretesa di esaustività

settembre 3, 2015

Meno male che ci sono le cose belle, le vecchie sulle sedie di paglia, le discese, i sanpietrini, i moli, il Sole che ci batte sopra, i vicoli in salita, i passaggi con le porte ad arco, l’odore delle noccioline tostate, l’acqua leggermente frizzante, la CocaCola sgasata, le cose amare, le terrazze, le amache in giardino, i gatti con la coda, quelli senza la coda, i gatti, le vacanze quando stanno per iniziare, le vacanze quando stanno per finire, gli autobus, i viaggi in treno e le attese in aeroporto, le mani sottili e i pollici corti, le scarpe bianche, i libri di Tabucchi e i ritorni, le scuse, i sassolini nell’acqua, l’uva fragola e le isole e la Sardegna e Ponza e tutte quelle case colorate, le persone buone, quelle divertenti e quelle buone e divertenti insieme, la chitarra acustica e lo spartito di Tequila e Bonetti, Venditti al pianoforte, che è divertente da suonare e il sugo che ribolle, le donne di casa in cucina e la domenica quando è festa, gli amici ritrovati e quelli mai perduti, gli uomini che ci provano e quelli che se ne vanno, le mani sulle ginocchia e quelle sui fianchi, il sesso, i vaffanculo ben assestati e i nomi, chiamati per intero, l’autunno, le foglie che scrocchiano e le candele, il mio profumo preferito, Eau d’Orange Verte e GrigioPerla, che se siete uomini, provateli, ma anche se siete donne, il mondo, i viaggi, le città che devo vedere e il cioccolatino sulla Swiss, le decorazioni di Natale, i viaggi di inverno e i cappelli flosci, la primavera che arriva, l’odore del caprifoglio e la sabbia bagnata sotto i piedi bianchi, i pantaloni arrotolati, le gambe lisce, le cosce aperte, le preghiere, i poeti, gli uomini innamorati e quelli ricambiati, i film che finiscono bene, i pinguini e i cavalli, Perla, il corallo e i cuscini, le terrazze in calce bianca, la calce bianca, l’odore dei libri nuovi, le orecchie nei quaderni, le matite e le parole gentili, i complimenti, i complimenti pensati, i complimenti sentiti, i capelli lunghi e quelli corti sulle donne magre, le gonne lunghe tra le mani, Battiato, Alexander Platz e il grigio vicino al rosa, o il grigio vicino al bianco, i colori, gli sguardi che sfuggono, la musica a alto volume, le canzoni a squarciagola in macchina, i Queen, le frasi sussurrate, le dediche sui libri,gli occhiali sul naso, tu. Tutte le cose belle sei tu.

M.


“Possiamo cominciare”

settembre 1, 2015

Mi immagino sdraiata
con le mie cose necessarie,
al Sole e con le gambe socchiuse
all’ultimo mare,
ché ci sono io e una donna ancora.

E mi immagino i giorni che verranno,
a riprendermi le forze, con gesti
e parole che non mi costano cari,
perché sono miei.

Mi immagino i miei bambini,
abbracciarmi le gambe e baciarmi
con la bocca spalancata e tanta saliva
a raccontargli favole e raccomandarmi di crederci.

Mi immagino le sagre
e il vino in bicchieri di plastica
da rovesciarsi addosso
e il paese di mia madre,
ché è già tempo di tornare.

E sento scrocchiare sotto gli stivali
le foglie di Roma, Milano, o Bologna,
e me le immagino, donne eleganti
col loro vestito più bello,
e il mio morbido,
che pare un abbraccio.

Mi immagino il Sole dal vetro di un bar,
che fuori c’è il freddo
che pure la pace, beata si acquatta
nella lentezza di gesti sicuri.

Mi immagino tutto senza aspettare niente
china su un caffè e un paio di righe,
a sceglier le parole,
per vestire i pensieri
e la pelle gelata.

E poi mi immagino il naso rosso
e mi ci vedo a pettinarmi i capelli coi dubbi
ché quando arriverai,
mi riconoscerai dai se,
dalle domande che non ti farò
e da un paio di occhi stanchi.

a

Foto di Profumodilimoni. Autunno, Wien. Oberes Belvedere.