Ultima lettera

gennaio 30, 2016

Se ti chiedessi un giorno di me, mi dispiace tanto, ma non potrai vedermi, neanche se corressi mille passi avanti, più veloce e neanche se mi cercassi tra i vicoli meno battuti. Non mi troveresti tra i mendicanti, né al parco di notte, né a tutti i posti probabili, né a quelli impossibili. Ti chiederesti come è potuto succedere, ché andava tutto bene e io sorridevo al momento giusto e mi arrabbiavo quasi mai. O forse si, forse più d’una volta, ma erano capricci, lamenti e io, mi dici, sono fatta così. Non mi troveresti neanche se t’impegnassi tanto, neanche se facessi in fila una dopo l’altra tutte quelle cose che piacciono a me. Tipo gli abbracci. Tipo per recuperare tutti quelli che ti ho chiesto. Te la ricordi l’ultima volta che ho pianto a singhiozzi e non riuscivo quasi a parlare? E’ stata la volta che m’ha fatto più male, perché lo sapevo che sarebbe stata l’ultima. L’ultimo dolore che mi sarei concessa. Li vedi i miei giorni? Piccoli boccioli di equilibrio, protetti da una campana, dandogli il tempo di diventare uomini forti. I miei giorni saranno uomini. Ora sono pillole concentrate di serenità. Coltivate, una dietro l’altra. Non un passo avanti. Su quelli indietro ci sto lavorando. Non ti avevo avvertita. Hai ragione. Puoi rimproverarmi. Non avverto mai. Avvertire è chiedere. E io non chiedo per non modificare il flusso naturale dei comportamenti che le persone avrebbero con me. Però non confondiamoci. Il fatto che non voglio sconti, non significa che voglio stare male. Non voglio più soffrire, non voglio più piangere, non voglio più sentirmi il peso di aver sbagliato da sola. Non voglio più sentir parlare di patologie, analogie, nevrosi, lordosi, cifosi. Se fa male non va bene. E io voglio che vada bene. Se necessario, senza di te.

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Pace tragica

gennaio 27, 2016

Come quando ti guardi intorno
ed è pace, dopo la guerra.
Non una faccia umana,
non il suono di un animale.
Lo capisci dal fumo
che esce dagli alberi e dalle cose
e dal disordine sparpagliato
che fanno le case,
quando si vede il dentro
e non ci sono più le mura.

Non un mendicante,
non un bambino a cui
scappi un pallone.
Non una motoretta,
o una donna un po’ sgualcita.
Sassi, gomme bruciate,
cemento rimasto in piedi,
puzza di botti e di carne scoppiata.
Orrore composto, educato, pacato.

Merda. Dove sono gli altri?

M.


Ceci n’est pas un poème.

gennaio 26, 2016

Potrei scrivere una poesia
piena zeppa di verbi
come tutte le cose che mi fai.
Potrei metterci suoni onomatopeici:
scon-qua-ssare, scompisciare, pisciare.

Allora ti direi, ad esempio:
“Porta la mia libertà
a pisciare con la tua”,
solo per vedere la faccia che fai
e se scappi lontano e quanto.

Però diciamo che ho il problema
di chi è felice
e se lo tiene per sé,
ché per condividere le cose belle
ti devi prima fermare,
poi lo devi dire,
poi devi fare i versi
e i sospiri e i respiri.

E respira! E vedi, non è prudente
fermarsi a scrivere,
invece di lasciarle andare.
Le cose belle, dico,
ché poi te le perdi.

Ecco, dicevo: non so descrivere
le cose belle, perché l’idea
di mettermi lì con un quaderno
a prendere appunti, mentre io
vorrei solo riempirti di baci
proprio non mi va.

M.


Ce l’hai presente?

gennaio 25, 2016

Ce l’hai presente l’arancio d’estate sui campi di camomilla e quel Sole piacevole dopo una giornata di afa? Ce l’hai presente il ranocchio nello stagno, il pane fresco da mangiare sulla strada del ritorno, l’acqua quando finalmente s’è sgasata, l’aglio sulla bruschetta, lo zucchero di canna sotto i denti, quelle sere frizzanti che si sta bene col golfino e le scarpe comode che ce l’hai da una vita? E ancora, ce l’hai presente la luce arancione di Roma alla sera e i ragazzi fuori dai bar e quella canzone anni novanta, che quando passa la radio, ti fomenti, perché finalmente qualcosa di cui sai le parole? La brillantina, la colazione in terrazza col pane tostato, un tagliere di formaggi toscani e il mare della Sardegna con le ginestre intorno e i pini marittimi e i fichi d’india? Ce l’hai presente quel ristorantino intimo, con qualche tavolo sul terrazzo, che da lì ti godi la vita intera e quello che mangi? E le feste di piazza, la gente allegra, il vino buono e le mani sincere di chi ha lavorato una vita. Ce li hai presente? Ecco. Volevo dirti che tu sei così.

 

M.


Una cosa piccola

gennaio 23, 2016

 

 

Esiste una cosa piccola
in ogni stagione, verso la fine
e alla fine di ogni singolo giorno
e questa cosa piccola, mi è cara
ché mi libera dal peso dei rimpianti.

Allora mollo i sacchi e le braccia
e mi alzo in alto, più alto:
aspettare, è un gioco leggero
e io già vedo il mare.

M.

dsc_0556

Ph: fabilax.com

 


Non sei tu

gennaio 22, 2016

Non sei tu
è più quella cosa
che mi fai con gli occhi.

M.

 

red

Ph: profumodilimoni


Ma tu ti credi papera

gennaio 21, 2016

Odio le persone che non ti rendono giustizia.
Le detesto tutte in fila, una ad una.
Quelle che non ti dicono che sei bella
milioni di miliardi di volte al giorno,
che sono tantissime in un’ora.
Detesto le stampelle vuote,
che ti passano sopra con la voce,
chissà poi che abbiano da dire.
Le loro filosofie mi annoiano.
Tu mi diverti.

E odio pure le oche starnazzanti,
che si impegnano a superarti
e mica lo sanno quanto sono sciocche,
ché è troppo tardi e gli mancano
le cose con cui non sono nate.
Ma sono nate tristi,
con i musi appesi e il ventre vuoto
di carezze e poi le vedi,
che non sono dolci,
ché sembrano spietate
ai loro stessi occhi.

Ma tu lo sai che luce fai,
quando arrivi?
E l’hai mai vista da lontano
la vita che ci metti
nelle cose piccole
e come ti lasci andare
e che fai ridere?

E io allora mi domando:
come fai a farmi ridere,
quando sei tanto bella?
Eccomi, mi vedi?
Io ti guardo di nascosto,
mentre le altre si accapigliano
e vedo un cigno tra le papere,
convinto d’esser la papera peggiore
dell’universo e di Giove,
(ammesso che ci siano
le papere su Giove).