Le cose belle vanno condivise

agosto 31, 2015


3/4 di 2015

agosto 29, 2015

Ho guidato una Giulietta sulla Salerno-Reggio Calabria, col mare che mi correva accanto. Sono stata amata, tanto amata, fino alla follia. “Dove sei?” “Sto arrivando da te”, ché i km erano tanti e ci volevano le ore e le lacrime per consumarli. Ho visto un uomo piangere per me e m’è arrivato il conto. E m’è mancato e mi sono rimaste le cose buone tra le mani, i suoi gesti nell’aria, il suo modo di toccarmi e di parlarmi nell’orecchio. Ho visto Roma d’estate e passeggiato lungo il Tevere illuminato e ho riso, ho riso tanto. Ho mangiato sulla terrazza del mio amico con farro e insalata, ché siamo a dieta insieme, come in tante altre cose. Sono stata sgridata per essere assente e ho chiesto scusa e ricevuto tanto bene, detto con i gesti, da chi con le parole ci litiga la notte. Ho regalato una guida per la Norvegia, che prima o poi ci andrò, ma certe mete le conservo per l’uomo che amo e che ancora non conosco. Ho cominciato dei laboratori di cucina per bambini e m’hanno dato tanto. Ho sentito una madre preoccupata, perché io le piacevo e non voleva nessun altra e mi sono sentita preziosa. Ho comprato la frutta al mercato di Palermo e ci siamo persi la macchina e l’abbiamo cercata per ore. L’ho ritrovata, ripercorrendo la strada al contrario. A Marzo ho visto la Sicilia. Ho visto Capo D’Orlando e ho mangiato la Sette Veli e me ne hanno regalata una intera e buste di arance. Ho fatto l’amore come piace a me e sono tornata a mangiare panini in un posto che avevo scoperto a Valencia, un’estate fa. Sono tornata al paese di mia madre e ho rivisto il mio primo bacio e trafelata verso la chiesa, F., che da ragazzini mi cantava Rose Rosse. “Ciao”-“Ciao”- “Uaoh”-“Resti?”-“Cinque giorni”-“Devi recuperare una vita”.  E il cuore in gola e ho mangiato con gli occhi, gli occhi ai miei ricordi. Ma non era quello del primo bacio. Quello lo lasciai al ritorno dalle vacanze, da un telefono a gettoni. Ricordo il sollievo. Ho rivisto i miei amici, quelli con cui passi le estati da bambini, quelli che c’erano da prima di tutto. Da prima del cancro e di otto anni con G. e prima di Nicola. Quelli che c’erano quando eri ancora pulita. Ed è stato come riaprire una scatola e scegliere le cose da tenere con te. E’ l’anno dei ritorni e delle cose che non se ne sono mai andate. La mia amica sarda. Quella degli anni dell’università, quando c’era Mimì, ma c’era anche il gruppetto Made in Nuoro, che fa tanto italiani all’estero. E la promessa di vedersi tra qualche giorno. Ho dimenticato tutte le mie terapie e mi sono presentata alla gente senza il cancro, ma c’è stato chi mi ricordava le medicine la sera. Ho capito che me ne voglio andare e si può fare con meno di quel che penso. Così ho cercato Milano, Bologna, e la penisola e l’Europa dalla testa ai piedi e questo è il mio sogno adesso. Ho seguito un corso di cucina in un’altra città e l’ho fatto da sola, con la mia macchina e senza seguito e ho conosciuto Mario. Ho imparato a fare la pizza a 72 ore di lievitazione e ora posso raccontarlo. Ho visto “Il sorpasso” e la Puglia e mi hanno regalato parole mai ricevute, di notte e di nascosto e mi sono persa dietro l’odore di bucato, delle magliette di un uomo. Ho mangiato quella pasta buona, di cui non ricordo il nome e ho ballato ieri notte, scalza, per dimenticarne anche il sapore. “Vieni a sentirmi suonare, stasera?” Si. E suonavano Rino Gaetano e la sabbia sotto i piedi e l’alcol nel sangue e una vita con cui far pace.

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Non ti ho mai detto

agosto 28, 2015

Non ti ho detto della mia riconoscenza

e di quanto mi hai tenuto in vantaggio

con gli amanti distratti e le braccia molli,

svogliate a stringere.

Non ti ho mai detto che dopo di te

non sono restata, ché quello che mi hai dato

mi bastava per vivere di solitudine

cent’anni ancora.

Non ti ho mai detto che mi sono innamorata

in altre dieci vite e che ogni cosa

mi cadeva dalle mani.

Non ti ho detto che se avessi potuto

sarei tornata a prenderti,

ma che non l’ho mai fatto

perché ero già lì.

M.


Di sardità e di casi in cui il fatalismo non c’entra

agosto 21, 2015

Vorrei tornare da voi e dirvi quanto sia stato difficile crescervi lontano.
Vorrei raccontarvi di come ci si sente, quando si sta circondati da qualcosa che non ci somiglia in niente e di come si diventa quando il tuo modo di pensare è solo tuo e finisci per scambiarlo per follia. Vorrei esser cresciuta con le vostre parole buone e le carezze delle donne, che fanno le donne e sono cresciute con poco, ma in pace tra loro.
Vorrei raccontarvi di zie madri e cugini padroni e di quella commistione di ruoli, per cui tu diventavi loro, così non ti liberavi mai. Avrei voluto crescere con le canzoni e la voce di zio e vedere quanto è bello avere degli amici e portarseli avanti da ché si indossavi il grembiule, a ché ti sposavi. Avrei voluto che qualcuno me l’avesse insegnato che da soli è bello, ma che non si può bastare a se stessi sempre, come se un pomeriggio insieme fosse una frivoleria, in luogo dei doveri da svolgere entro le 19.00 in punto, se no avevi perso. Come se stare bene fosse una colpa, come se la sofferenza fosse l’unica scusa, la legittimazione vera a stare a questo mondo. Vi avrei voluto sempre, per potervi parlare delle ingiustizie e di cosa sono capaci le donne, quando si scoprono frustrate da una ragazzina col monociglio e avrei voluto sentirvelo dire: “Basta, lasciatela in pace”. Avrei voluto dirvi di quando ero piccola e brutta, ché sembravo un ragnetto e ho imparato a ridere di me, per non piangere. Avrei voluto dirvi che mio padre è stato uno sciocco, che è un lupo solitario e che a un certo punto ha smesso di parlare anche a noi. Ma mai di abbracciarmi. Avrei voluto che vi avesse tenuti vicino, perché le cose sarebbero andate meglio anche per lui e io avrei smesso di indagarmi, per paura di somigliargli. Avrei voluto che vedeste quando sono partita, le lacrime agli occhi, per averlo lasciato solo, perché è solo come me. Avrei voluto essere difesa, compresa, perché a lui non viene facile e così gli altri l’avrebbero visto che se loro non mi accettano, non vuol dire che non vado bene. Avrei voluto che m’aveste sentito suonare e avrei voluto raccontarvi della paura e di quanto mi sentivo bene dopo. Volevo dirvi che quella paura m’è diventata insostenibile e ora i rapporti mi fanno fatica, perché sono aspettative: una continua misura di quello a cui non arrivo. Volevo dirvi che mi piacciono le parole, e vorrei ascoltarvi e battere le mani e ballare, come al matrimonio dei miei e avrei voluto vedere la difficoltà di queste persone davanti alla vostra luce, davanti alla vostra pace, ché la gelosia voi, non sapete neanche cosa sia. Avrei voluto qualcosa di simile a me, la normalità negli occhi di chi mi ascolta, uno scampolo di verità. Qualcosa in cui riconoscermi e che mi riconoscesse.

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A destra, zio Tarci.

Gli uomini della mia metà sarda hanno la dolcezza negli occhi.

Gli uomini della mia metà sarda hanno la dolcezza negli occhi.

E gli amici da bambino...

E gli amici da bambino…

...ti abbracciano i figli.

…ti abbracciano i figli.

E ci cresci con quelle braccia e stringi senza vergogna.

E ci cresci con quelle braccia e stringi senza vergogna.

Avrei imparato prima a lasciarmi andare

Avrei imparato prima a lasciarmi andare

...e non avrei fatto della mia vanità un problema.

…e non avrei fatto della mia vanità un problema.

Avrei imparato a godermi i momenti, senza l'ansia di rincasare.

Avrei imparato a godermi i momenti, senza l’ansia di rincasare.

Avrei ascoltato musica buona.

Avrei ascoltato musica buona.

Zio Pino. Che me ne faccio ora del mio fatalismo?

Zio Pino. Che me ne faccio ora del mio fatalismo?


Rileggere un libro dopo anni

agosto 19, 2015

Quando leggiamo un libro a distanza di anni, di solito ci piace per motivi diversi. “Che tu sia per me il coltello”, di David Grossman.

COSE E SENSAZIONI DI CUI MI SONO LIBERATA

Quando sono con altra gente (mi è venuto in mente stasera, mentre facevo il bagno a mio figlio) – non importa se estranei o molto vicini – c’è un pensiero che non mi abbandona: sanno tutti fare con naturalezza ciò di cui io mi sento assolutamente incapace: mettere radici.

In fondo capisco contro cosa sei costretto a combattere per violarla e venire da me in assoluta libertà. E so anche, con certezza, quanto sia difficile guarire da quelle malattie dell’infanzia.
Ma forse – lo penso in questo istante – è la guarigione a farti ancora più paura. Se è così, dimmelo. Dimmelo tranquillamente e potremo piangere insieme per questo. È per quella maledetta sensazione, vero? Che noi siamo la malattia e se oseremo ribellarci e guarire, ci verrà tolto anche il respiro. Sempre, sempre questa paura. Il presentimento che tale malattia, o deformazione, o onta, sia la cosa che meglio ci contraddistingue, il nostro luz…

Ma dentro di me esisti in un modo che mi atterrisce.

Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni.

Che sollievo. Il sollievo dell’armatura che scopre dentro di sé un cavaliere ancora vivo.

Con te ritrarsi è un delitto.

COSE E SENSAZIONI ANCORA MIE

Qualche tempo fa hai scritto che, se qualcuno rifiuta di conoscere un tuo sentimento particolarmente intenso, ti senti come se quella persona ti stritolasse, ti uccidesse.

Forse è impossibile non essere belli quando si è felici.

COSE E SENSAZIONI PER LA PRIMA VOLTA MIE

Ripensandoci, in fondo, non capisco Milena. Al suo posto mi sarei comportata diversamente. Sarei partita da Vienna per Praga, per andare da lui. Sarei entrata in casa sua e gli avrei detto: Eccomi. Non potrai più sfuggire. Non mi accontento più di un viaggio immaginario. Non si può guarire solo con le parole. Ammalarsi sì. Probabilmente non è molto difficile. Ma consolare? Far rivivere? Per questo occorre vedere degli occhi di fronte a sé, toccare delle labbra, delle mani, un corpo che si ribella e strepita contro le tue idee infantili di astrattezza “pura”. Cosa c’è di puro? Cosa c’è di puro in me ora?

Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.


Ci bastavamo

agosto 18, 2015

Ci sono tornata, dopo dodici anni e abbiamo sistemato il casaletto per tornarci ancora. Tutte le volte che vogliamo. Ed è un bene. Quasi terapeutico. Ritrovare le persone con cui hai trascorso tutte le tue estati fino ai 18 anni, significa riprenderti pezzetti di te, che il tempo, la città, la gente che hai incontrato nella tua vita ti hanno preso, senza restituire. Ci appiccicano aggettivi, danno intricate spiegazioni ai nostri comportamenti, ci ricamano sopra, ci affibiano caratteristiche e ci diagnosticano problematiche…senza avere la minima idea di chi siamo. Tu sei quella persona che parla fitto per due ore con la tua amica, per recuperare gli anni persi. Sei quella che riabbraccia la prima amica veramente tua, quella delle lettere di carta e del gruppo che ti piaceva tanto, quella dei pomeriggi sempre insieme… e non riesce a trattenere le lacrime. Sei quella che ride a crepapelle per un messaggio audio e che al bar con della Peroni sul tavolo e degli amici intorno, pensa che non c’è nessun altro posto in cui vorrebbe essere. Sei quella che ascolta la pizzica in piazza e batte le mani e s’incanta a guardare e respira forte, ché è troppo bello e non c’eri abituata più. Sei quella che una sera, con della musica buona e buona compagnia, trasforma un bar in una discoteca e ride come faceva da bambina. E che ne sa, che ne vuol sapere adesso, chi così non t’ha vista mai?

Profumodilimoni

Con questo tempo, nel pomeriggio ci vorrebbe proprio una bella merenda in casa. Ricordo i temporali d’ estate al paese di mamma. Un minuscolo paesino in Abruzzo, vicino Tagliacozzo. Una volta ci siamo contati. I residenti in pianta stabile erano più o meno cento. (Cento.)  Noi ragazzini uscivamo anche con la pioggia, ci riunivamo al bar. Qualcosa da fare si trovava. Ci conoscevamo tutti, tutti i ragazzi del paese formavano un’ unica grande comitiva. Era bellissimo. Da qualche anno a questa parte ho un po’ di nostalgia. In questi casi ad esempio, la grande cucina era un fermento, il camino altezza uomo scoppiettava e io e mia sorella o eravamo in giro con gli amichetti, per poi tornare a casa giusto in tempo per mangiare, oppure eravamo giù in cantina. Quelle vecchie cantine di tufo, che del tufo avevano il caratteristico odore. Fredde:  fredde anche in piena estate!  Le nostre…

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Sorda

agosto 11, 2015

Le tue parole sembrano cartoline
di quei barbieri, con la lama in mano
ché la paura di far male
taglia come filo ben fatto
così stai fermo,
ché poi tutto è pentimento.

Le tue mani sono come quelle
di chi non sa da dove si comincia
ché siccome gli pare troppo
scansano, prima ancora di tremare.

Le tue labbra sono cancelli
con la catena floscia
che fanno rumore e si dimenano
se qualcuno li smuove.

E i tuoi capelli, i miei capelli
adorati, mi profumano le dita
e tu li contieni, ingiusto,
ché non si vedano troppo
e quasi ti dispiace avercene.

I tuoi fianchi mi rispondono,
e le tue ginocchia ruotano,
i piedi in fondo come mollette
ché è una promessa,
che non lo lascio andare
quello che ti faccio.

E’ una promessa che ti trattengo,
e mi colo il piombo nelle orecchie
e ti lascio lamentare, sorda,
e disfare e credere di morire
intanto che non puoi.

M.